La prima legge organica in materia di tutela del patrimonio artistico risale al 1902. Si tratta della legge c.d. Nasi n. 185 che, in sostanza, regolava l’inserimento delle opere d’arte, dei monumenti, all’interno di un catalogo preventivo, che raccoglieva opere i sommo pregio o rilevante interesse. La legge Nasi, stante la difficoltà della catalogazione del vasto patrimonio storico e culturale quale il nostro, venne presto sostituita dalla legge Rosadi n. 364 del 1909, che alla catalogazione sostituisce la dichiarazione dell’interesse culturale per le opere appartenenti a privati e l’inserimento in un elenco per quelle di appartenenza pubblica.

L’oggetto della tutela viene così esteso dai monumenti indicati nella legge Nasi a quelle cose mobili e immobili che abbiano interesse storico, artistico, archeologico, paleontologico e verrà successivamente ampliato, nel 1912, a tutti quei parchi, ville o giardini per cui è stato ottenuto il riconoscimento storico artistico, varando per la prima volta anche una normativa in materia di tutela delle bellezze naturali.

Tuttavia sarà nel periodo fascista che verranno emanante due leggi fondamentali: la legge n. 1089 del 1 giugno 1939, c.d. legge Bottai, e la legge n.1497 del 29 giugno 1939.

La c.d. legge Bottai rappresenta un primo testo organico in materia la tutela dei beni culturali, nel quale si fa emergere il ruolo dell’arte quale strumento utile per l’educazione della collettività;

Le legge si segnala anche per aver affiancato alle cose d’interesse storico artistico quegli oggetti d’arte contemporanea, le manifestazioni, le istituzioni sportive, il diritto d’autore e di stampa e si parla di tutela, valorizzazione, gestione e promozione dei beni culturali.

Vengono inoltre ad affermarsi i principi che permeeranno anche le legislazioni successive a cominciare dal principio del godimento pubblico dei beni culturali, l’indipendenza dei beni culturali dai Piani Regolatori, la necessità di autorizzazioni in caso di intervento di qualsiasi natura sul bene culturale, il principio della conservazione anche ai privati possessori di cose di interesse culturale. Si appronta una disciplina per le alienazioni, i prestiti, i trasferimenti, le importazioni e le esportazioni dei beni culturali, per i ritrovamenti e le scoperte e stabilisce le sanzioni in caso di contravvenzione di detti principi.

Tuttavia, i beni culturali – per adottare una terminologia non ancora adoperata al tempo – sono classificati in base ad un parametro meramente estetico, senza considerare l’importanza, anche in termini di testimonianza, a livello culturale.

La coeva legge n.1497 si occupa della tutela delle bellezze naturali, inserendo il concetto di paesaggio all’interno della nozione di patrimonio culturale,  comprensivo  quindi  delle  due  categorie  di  beni  culturali  e  beni paesaggistici. Viene ad essere così sancita l’importanza del paesaggio ai fini della determinazione dell’identità nazionale.

Detta legge sarà rivista in maniera radicale solo nel 1985 con la legge n. 431, c.d. legge Galasso, che, riprendendo alcuni principi della Commissione Franceschini, rilancia la pianificazione paesaggistica con il concorso di tutte le Regioni facendosi precursore della riforma del Titolo V della Costituzione che, appunto, in materia di “governo del territorio” prevede il concorso di tutte le Regioni.

Dopo la legge 1°giugno 1939 n.1089, complice anche il passare del tempo, la normazione di settore è andata in ipertrofia, accusando interventi poco armonici tra loro e spesso generatori di problemi interpretativi e operativi talora insuperabili.

Nel 1999, con il d.lgs n. 490, viene così adottato un nuovo Testo Unico che, se nell’impianto essenziale ricalca le previsioni inserite nella legge 1089/39, rappresenta l’occasione per ampliare il concetto di bene culturale, affiancare alle funzioni di tutela e conservazione tradizionalmente assegnate al ministero al Ministero e alle soprintendenze, la funzione di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale.

In questo ambito il T.U. riserva un ruolo privilegiato alle Regioni e agli enti locali, dando così attuazione al decentramento voluto dalla legge n. 59/1997 (Bassanini – uno) e dal regolamento di attuazione (decreto legislativo n. 112/1998).

Infine, con il d.lgs. n. 42 del 22 giugno 2004, vede la luce il Codice dei beni culturali e del paesaggio, detto anche Codice Urbani: abrogando il T. U. del 1999 si propone “il riconoscimento della nozione di paesaggio all’interno del patrimonio culturale, il riconoscimento del carattere unitario di tutela del nostro patrimonio culturale (ai sensi degli artt. 9, 117, 118 Cost.), la subordinazione della pianificazione urbanistica a quella paesaggistica, l’enucleazione di un demanio culturale nell’ambito del patrimonio pubblico”. Del Codice si parlerà dettagliatamente nel prosieguo del lavoro anticipando qui che il punto centrale della disciplina si rinviene nel fondamentale art. 9 della Costituzione che proclama, per la prima volta a livello mondiale tra le carte costituzionali, che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura, tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico”.

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